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Associazione Nazionale Famiglie di Disabili Intellettivi e Relazionali

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Progetto CristAl
I° CONVEGNO REGIONALE

“QUANDO LA NOSTRA VOCE NON ARRIVA…

Associazioni e Media a confronto

 

 Caro Ezio,

 ti ringrazio di avermi invitato al convegno e mi dispiace di non essere presente. Penso che sia un appuntamento importante non solo per l'Anffas ma anche per tutte le altre associazioni che non sempre riescono a far arrivare la loro voce là dove avrebbero bisogno che fosse ascoltata. E' importante che i rappresentanti delle associazioni e dei mezzi di informazione si incontrino (mi piacerebbe che lo facessero più spesso) e si confrontino. Da questo dialogo potrebbero uscire anche diversi “mea culpa”.

 Non è difficile riconoscere che si parla a sufficienza dei bisogni dei disabili - visto le mancate risposte qualche volta anche ai più elementari bisogni - delle loro difficoltà, del loro inserimento sociale, e dei loro successi. E si parla a sufficienza di tanti altri gruppi sociali, emarginati, immigrati, rifugiati, perseguitati dalla fame, dalla sete e dalla violenza, in tante parti del mondo: non fanno notizia, secondo alcuni canoni del giornalismo italiano.

 Secondo me e secondo tante altre persone, invece, fanno notizia. Anzi, sono la notizia per eccellenza: quella che mette al centro dell'attenzione la persona, chiunque essa sia, soprattutto quando non ha mezzi per farsi ascoltare. Al di là di ogni facile retorica, se si sceglie di informare, informiamo. Informiamo il più possibile, non solo su ciò che fa piacere sentire. Altrimenti, cambiamo mestiere.

 Io, e tanti altri colleghi che conosco, mi prendo la responsabilità di non riuscire a fare tutto quello che vorrei per far conoscere sempre di più tante realtà che nelle redazioni dei telegiornali vengono, talvolta, considerate solo ingombranti perché tolgono spazio ai nostri referenti politici, a cui nella tv di stato, dobbiamo render conto. Il servizio pubblico, nel caso della televisione italiana, e' inteso soprattutto come un dover render conto agli azionisti più che al pubblico. Il pubblico invece, secondo ricerche di mercato, svolte appunto da alcune organizzazioni di volontariato, gradirebbe conoscere anche altre realtà. Ci sarebbe anche un tornaconto economico a parlarne, basterebbe saperlo fare bene, con professionalità. In modo da attrarre gli spettatori, informarli e nello stesso tempo sensibilizzarli a problemi che, comunque, prima o poi, ci sovrasteranno, come quelli dell'immigrazione, dell'incontro con altre culture. Che, se non impareremo a conoscere meglio, si trasformerà in uno scontro (come già sta avvenendo in diverse parti del mondo) e potrà seguente ghettizzazione dei più deboli a difesa di privilegi, considerati indivisibili, dalla classe dirigente.

 Ma non possono essere solo i giornalisti i capri espiatori della disinformazione sulla disabilità, oppure sul terzo mondo.

 In una certa misura occorre che anche le associazioni si dotino di meccanismi di rottura delle barriere dell'indifferenza poste dai media. Rottura in senso letterale: che rompano veramente le scatole a tutti, con insistenza, pazienza, pervicacia. Ad ogni no che ricevono, rispondano a loro volta con comunicati, lettere aperte ai giornali, manifestazioni; producano ancor più documentazione, per esempio, sul rapporto costi-benefici di una corretta politica sociale a favore dei portatori di handicap; la pubblicizzino facendo nomi e cognomi di chi ha il dovere di rispondere - anche secondo la legge - a chi chiede.

 Probabilmente neppure questo basta. Perché così rischiamo di circoscrivere il problema: l'entroterra dell'informazione (qualora fosse sufficiente) sono la formazione e l'educazione. E' più facile accusare chi informa (di non informare abbastanza) che analizzare la cultura sulle diversità che c'è nel nostro paese. Là dove le istituzioni offrono migliori servizi alla disabilità (come nei paesi del nord Europa) il disagio e' minore, l'informazione è più ampia, il pubblico più sensibile. C'è inoltre maggiore comprensione dei problemi e quindi maggiore attenzione e accoglienza all'informazione stessa.

 Certo qui i proverbi si potrebbero sprecare: il gatto che si morde la coda, e' nato prima l'uovo o la gallina?

 In ogni caso, il giornalista, da solo, non ce la farà mai, per esempio, a far abbattere le barriere architettoniche. Lui deve credere nell'importanza di trasmettere questo messaggio. I responsabili materiali del benessere del cittadino disabile devono ascoltare, comprendere e poi agire. Ovviamente, le associazioni, non devono smettere mai di martellare sia l'uno che gli altri.

 Un lungo preambolo per arrivare a raccontare qualcosa della mia esperienza di réportages dall'Africa. Un'esperienza troppo breve. Sì, perché vorrei parlarne sempre, o almeno molto di più. Ma per ora non mi è possibile, proprio per i motivi appena accennati. Eppure ci sarebbe tanto da dire, e ci sarebbe davvero tanta gente interessata ad ascoltare. Anche il famigerato auditel ci guadagnerebbe, visto che molte rubriche televisive, messe in onda dalle 23 all'una di notte, conseguono share (ovvero medie di ascolto) superiori a quello che conseguono trasmissioni considerate di successo, messe in onda ad ore più accessibili ad un pubblico più vasto.

 Io scelgo di raccontare, questa esperienza, attraverso il mio metodo di lavoro: ovvero, come penso quotidianamente al mio lavoro, come vorrei realizzarlo; come riesco a realizzarlo. Gli ostacoli che incontro e come cerco di superarli. L’ostacolo più grosso è ottenere l'autorizzazione a fare il servizio. Tutto il resto (polvere, caldo, furti, sete, sporcizia, difficoltà di spostamenti e di contatti) è normale amministrazione se si sceglie di informare "anche" dai paesi in via di sviluppo e soprattutto "a favore"di chi ci vive.

 Nei miei servizi ho documentato il traffico di bambini nel Golfo di Guinea, per la prima volta con le loro dirette testimonianze. Ho illustrato la devastazione della malaria in Burkina - Faso, la denutrizione e la mortalità infantile per fame, la tragedia dell'aids nelle bidonville della Costa d'Avorio, la siccità nel Corno d'Africa; l'attività delle organizzazioni internazionali (Unicef, Programma Alimentare Mondiale), delle organizzazioni non governative, delle missioni e delle associazioni di volontariato laiche e religiose: temi sociali questi, molto drammatici per i quali mi pongo sempre un obiettivo: far sentire - prima di tutto - la voce di chi non ha mezzi per farlo, far vedere sui volti il dolore dell'abbandono o la gioia della speranza di essere aiutati, far vedere la faccia di chi non ha la possibilità di mettersi in mostra, di essere conosciuto o scoperto. E - nello stesso tempo - evitare paternalismi e piagnistei, disinteresse o, addirittura, noia.

 Per raggiungere questo obiettivo cerco di stare dietro alla telecamera, dietro al microfono, dietro la tastiera del computer. Vorrei scomparire, anche se non mi è possibile. Allora cerco di nascondermi il più possibile, di essere semplice, di dire l'essenziale, di localizzare il problema se occorre. Poi, lascio il massimo spazio alle voci, alle facce, ai corpi sofferenti o ai sorrisi dei bambini…. Se c'è ancora spazio, faccio parlare gli operatori umanitari, le persone che dedicano la loro vita a chi soffre.

 L'Africa e non solo l’Africa, assetata, sanguinante, piangente, bombardata, umiliata, dilaniata, non è un mondo a parte. Come non è un mondo a parte quello dei disabili. Parliamone di più.

 L'Africa e tutto il terzo mondo, è anche un mondo pieno di colori, di calore, di umanità, di risorse, di possibilità; come il mondo dei disabili. Diamo loro voce.

 Un pezzettino di Africa, anche con l’aiuto dell’informazione ha vinto l'apartheid. Non dimentichiamolo.

Ciao Lucia


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