L'intervento di Loiacono

(Da sinistra a destra)Pasquale Ezio Loiacono Presidente ANFFAS Onlus 

di Reggio Calabria, il prof. Dominique Sprumont dell'Università degli Studi di Friburgo, il Prof. Cosimo Mazzoni dell'Università degli Studi

 di Siena, la prof.ssa Luisa Borgia dell'Università degli Studi di Camerino, Sofia Kostantatou del European Disability Forum.

 


 

DISABILITA' E BIOETICA

I DIRITTI E I DILEMMI

CONVEGNO EUROPEO

Padova 13-14 novembre 2003

Aula Nievo

 

Università degli Studi di Padova

 

Intervento del Presidente della Sede ANFFAS 

di Reggio Calabria

Dott. Pasquale Ezio Loiacono

 

 

TEST GENETICI E DiSabilità

 

 

PREMESSE

 

1. Nel 2001 la città di Reggio Calabria ha ospitato un seminario organizzato in collaborazione tra l'A.GE.DI., un'associazione di genitori, che opera in Calabria dal 1986, e Disabled Peoples’ International Italia. Il tema era: Bioetica: Quali implicazioni per le persone con disabilità?. Per la prima volta in Italia, genitori e persone con disabilità, hanno “provocato” esperti del mondo della ricerca, della giurisprudenza e dei media su argomenti a quei tempi di assoluto monopolio del mondo medico e giuridico.  

La reazione alle nostre provocazioni non si sono fatte attendere e io stesso, che a quei tempi presiedevo l’A.GE.DI, al termine del primo giorno dei lavori, in un’intervista televisiva mi sono sentito dare dell’ignorante in materia di genetica e dell’idealista da un ricercatore reggino (non l’ho querelato perché effettivamente avrebbe avuto ragione), ma la rivincita è giunta in seconda giornata, quando mi ha offerto collaborazione nel caso avessimo deciso di proseguire la discussione sul tema.

Racconto questo episodio non per banalizzare quell’evento, ma perché rappresenta l’atteggiamento che noi familiari di persone con disabilità riscontriamo ogni volta che, da “esperti obbligati”, ci troviamo a confrontarci con gli “esperti per scelta professionale”: prima ci trattano con sufficienza, poi con indifferenza, se accenniamo a qualche piccola reazione diventano professionisti sensibili, ma solo se dimostriamo di comprendere i loro linguaggi e di essere consapevoli dei nostri diritti, allora ci ascoltano e ci trattano alla pari.

 

2. Noi della Grande Famiglia ANFFAS questo lo abbiamo capito da tempo e, a Reggio Calabria abbiamo pensato di attrezzarci in tal senso con un progetto che realizzasse in particolare due obiettivi: il “diritto di cittadinanza” ed il “diritto alla felicità”. La cosiddetta consapevolizzazione deve necessariamente passare da un percorso di formazione, e questo, per essere efficace, secondo il nostro metodo formativo, deve essere alimentato si dalla solita “rabbia canalizzata in desiderio di riscatto”, ma, soprattutto da un forte senso di aggregazione e solidarietà.

Così siamo andati a godere le meraviglie della Valle Camonica accolti dalle famiglie ANFFAS e da altre associazioni di quei luoghi; ai nostri volontari chiediamo di organizzare feste per noi e per i nostri figli e stiamo progettando per maggio una gita sociale ad Oradea, in Romania, dove in un largo abbraccio solidale, stringeremo le famiglie che stiamo sostenendo con aiuti a distanza per impedire che i loro figli, disabili e non, incrementino il numero dei troppi minori istituzionalizzati, e dove i nostri volontari stringeranno i giovani di Miscarea Tinerilor pentru Pace, che si adoperano a spendere, secondo precisi protocolli, il denaro che noi inviamo.

 

    3. L’intervento che mi è stato chiesto per questa giornata è stato uno degli argomenti sfiorati nel corso del primo seminario di empowerment diretto a famiglie di persone con disabilità che abbiamo denominato “Progetto Cristal”, ed è stato oggetto di due approfondimenti, per cui ciò che leggerò è il risultato di riflessioni di un gruppo di familiari di persone con disabilità, in formazione, che aspirano ad essere anch’essi “esperti per scelta” soprattutto per essere utili agli altri genitori e familiari di persone con disabilità.

 

 

TESTO DELL’INTERVENTO

 

1.    Il presupposto essenziale su cui basiamo ogni nostra considerazione in materia di bioetica parte dal principio che il valore della “persona” deve prescindere dal modo con cui questa esprime la propria essenza, esistenza e umanità. Noi, familiari di persone con disabilità, al pari dei nostri figli che hanno sviluppato capacità intellettive e relazionali, riteniamo di riconoscere e di apprezzare più di chiunque altro il valore della vita, probabilmente perché, dopo faticose elaborazioni psicologiche, non solo siamo riusciti ad accogliere i nostri figli e familiari, anche quando sono estremamente diversi dai modelli imposti dalla cosiddetta “normalità”, ma abbiamo addirittura fatto del concetto di “diversità” un valore.

 

2.    Il gruppo riconosce i progressi della ricerca scientifica e medica che senz’altro hanno contribuito al miglioramento delle condizioni di vita di molte persone, ma è preoccupato per lo strisciante disimpegno di investimenti pubblici che rischiano di lasciare la ricerca non più al servizio dell’umanità, ma agli interessi economici di pochi. Tale disimpegno del mondo medico e sanitario pubblico si ripercuote al livello periferico, dove non funziona più o, forse, non ha mai funzionato il counseling genetico, ma non funzionano neanche e più semplicemente  i consultori, dove non vengono più consigliati ed effettuati gli screening pre-matrimoniali e pre-concepimento, dove non vi è ginecologo che non suggerisca alla propria paziente, quasi fossero obbligatori per legge, il Tritest e l’Amniocentesi, senza dare il minimo avviso dell’incertezza e dei rischi di quegli esami e senza tenere conto della necessità di predisporre un sostegno psicologico nell’eventualità di un esito positivo. Inoltre, già qui sorge la tragedia della comunicazione della notizia: “Suo figlio è Down!”, detto da un ginecologo, tanto avvezzo ai feti che troverà un modo verbale o non, per aggiungere: “Non si preoccupi, se questo andrà a male, potrà sempre riprovarci!”. Secondo noi, familiari di persone con disabilità, pur affermando l’assoluta laicità di questa scelta, riteniamo che occorre garantire al feto il diritto di nascere e deve essere riconosciuto il diritto di far nascere, in quanto deve essere permesso con opportuni accorgimenti ai genitori, di nutrire sempre e comunque speranze positive, anche in presenza delle cosiddette malformazioni. Il gruppo è convinto che la salute psicofisica della madre non sia effettivamente tutelata con la semplice induzione all’aborto e, nonostante abbia rappresentato una conquista sociale e politica delle donne, soprattutto come deterrente all’aborto clandestino, più volte ha segnalato la sofferenza che sta dietro alla “scelta”, qualunque essa sia. La drammaticità legata a questo dover scegliere suggerisce la necessità di creare un sistema di protezione intorno alla gestante ed al nucleo familiare che, nonostante la legge lo preveda, non è stata mai efficacemente realizzata.

 

3.    Tornando al problema della comunicazione tra il medico ed i genitori che devono apprendere della disabilità del proprio figlio, il gruppo ha constatato che, oltre ad un vecchio ma utilissimo protocollo, predisposto da un coordinamento nazionale di associazioni di persone Down e distribuito nei reparti di ostetricia e ginecologia degli ospedali, il resto è lasciato al buon senso ed alla professionalità (e umanità) del medico di turno, spesso stanco, stressato, impacciato, senza parole, che rinvia al neonatologo, che non ha tempo, che rinvia, ad una consulenza specialistica, che dice cose incomprensibili, che scrive cose stranissime, che consolidano inesorabilmente l’idea che quell’esserino, lì, nella termoculla non è tuo figlio, o comunque una persona, con una sua identità, ma un oggetto, un fantoccio di gomma, attorno a cui ruotano fantasmi come Apgar, Moro, Babinsky, quando addirittura non vengono appiccicati da subito marchi indelebili di Down, Spina bifida o altro. Quella della comunicazione medico – genitore è un’area out, che sfugge al controllo sociale, alimentato dal fatto che il dramma conseguente viene vissuto interamente all’interno del nucleo familiare. Sarebbe quanto mai opportuno che la classe medica trovi il tempo ed il modo di sviluppare autonomamente procedure specifiche in questo campo, e che non debbano essere le associazioni a dovere offrire indicazioni o elaborare protocolli. In questo ambito ritorna il concetto di dare speranza, nel senso che bisogna offrire sempre ai genitori prospettive, anche se deboli e lontane, oltre ad informare puntualmente ed in termini assolutamente comprensibili, sulla malattia e sulle disabilità che potrebbero derivarne.

 

4.    Come Associazione Nazionale Famiglie di Disabili Intellettivi e Relazionali non possiamo non fare riferimento, nell’ultima parte di questo intervento, alla specificità delle persone con disabilità che non sono in grado di esprimere consenso. Anche questo aspetto è stato toccato nel corso del Seminario citato all’inizio ed è stato oggetto di approfondimento del gruppo del Progetto Cristal. In questo caso la rappresentanza dei bisogni e dei desideri della persona con disabilità psichica grave è affidata ai genitori o ai suoi parenti più vicini. E’ necessario però, che questa forma di rappresentanza e di, cosiddetta, tutela non acquisti il significato di un duplice abbandono da parte dello Stato, ma che genitori e figlio diventino soggetti di diritti e che venga curata, attraverso i più opportuni interventi socio-sanitari, una totale inclusione sociale. Il nostro obiettivo di familiari di persone con disabilità è quello di promuovere con tutti i mezzi che i servizi territoriali ci offrono, la massima autonomia e indipendenza possibile per i nostri figli, e lo sforzo maggiore che possiamo fare e di comprendere i loro linguaggi, verbali e non verbali, per allargare anche gli spazi più piccoli di autodeterminazione da loro espressi. Al tempo stesso, però, abbiamo la necessità di respirare attorno a noi, tra gli operatori e tra la gente comune, con cui entrano in contatto, lo stesso sentire, la stessa fiducia, lo stesso rispetto per le potenzialità che potrebbero sviluppare. Nel gruppo, una madre ha raccontato di una sua conoscente cha ha “inibito”, con la complicità del medico di famiglia, il proprio figlio, perché importunava le sorelle. Un gesto disperato di una madre, un gesto incomprensibile dal punto di vista professionale, di un medico, noi aggiungiamo, la solitudine e la miseria sociale in cui è maturata questa scelta. I tentativi di violenza vera o presunta nei confronti delle sorelle non sarebbero accaduti se la qualità della vita nel quartiere di quel ragazzo fosse stata più alta, se la società lo avesse saputo tutelare meglio offrendogli maggiori spazi di inclusione, se avesse compreso meglio i suoi linguaggi differenti. E’ necessario, quindi, creare intorno ai nostri ragazzi un clima di accoglienza e di fiducia e devono essere potenziati tutti gli strumenti di tutela possibili, anche con l’introduzione di strumenti innovativi, come il consigliere alla pari anche tra i genitori di persone disabili, l’amministratore di sostegno, soluzioni di accoglienza che affrontino il problema del cosiddetto “dopo di noi”, il sostegno ed il potenziamento sul territorio dell’associazionismo di tutela e di promozione, quando svolge un ruolo di orientamento positivo e di difesa di diritti. Per il gruppo il ruolo della famiglia è centrale nel garantire a queste persone inclusione sociale. Solo rafforzando questo atteggiamento sarà possibile attivare risorse e favorire interventi di sostegno alle responsabilità familiari nell’ambito della rappresentanza e della tutela di diritti.  

 

Un momento dell'intervento di Loiacono

Un momento dell'intervento di Loiacono


Torna alla HOMEPAGE


Powered by MakeInternet.Net - Demetrio Scopelliti